Google legge il sito, un modello legge quello che riesce a estrarre
Un responsabile acquisti deve trovare un fornitore di guarnizioni tecniche per alte temperature. Non apre Google. Apre ChatGPT e scrive esattamente quello che gli serve, in italiano, con le condizioni di esercizio.
Riceve tre nomi. Nessuno dei tre è la vostra azienda.
Il fatto curioso è che se la stessa persona avesse cercato su Google, il vostro sito sarebbe comparso in prima pagina. Magari primo. Il posizionamento c’è, il traffico anche, e le richieste in ingresso sono ferme da mesi senza che nessuno riesca a spiegarsi perché. Non è una penalizzazione, e non è un problema nuovo di SEO. È che una parte della valutazione dei fornitori si è spostata a monte, in una conversazione dove nessuno vede la vostra posizione in classifica.
La differenza è più profonda di quanto sembri. Un motore di ricerca indicizza pagine e le ordina: anche se una pagina è confusa, se ha abbastanza segnali esterni finisce comunque in alto, e poi decide l’utente. Un modello linguistico non ordina niente, deve dire una cosa, e per dirla ha bisogno di poterla attribuire con ragionevole sicurezza.
Se il vostro sito dice che siete leader nel settore, quel testo non è utilizzabile. Se dice che producete valvole di sicurezza secondo EN 4126 per applicazioni criogeniche, e lo dice in una pagina che parla di quello, quel testo è citabile. Un modello lo può riportare a qualcuno che ha chiesto proprio quella cosa. È il motivo per cui aziende con siti modesti vengono citate mentre siti bellissimi restano fuori: non conta quanto è curato, conta quanto è estraibile e attribuibile.
Le tre cose che vi rendono invisibili
Nella maggior parte dei siti industriali il problema è uno di questi tre, e spesso tutti e tre insieme.
Il catalogo non è nel sito. È in un PDF scaricabile, oppure dietro un login, oppure su un sottodominio scollegato dal resto. Da fuori sembra tutto a posto, il catalogo c’è. Ma se i codici, le specifiche e le applicazioni non stanno in pagine leggibili, per un modello quel catalogo non esiste. Avete migliaia di prodotti e ne siete descritti come se ne aveste zero.
I contenuti stanno dentro le immagini. Le schede tecniche fotografate, i valori nelle infografiche, la storia aziendale raccontata in un video. È materiale ottimo per una persona e inutile per un sistema che deve estrarre testo. Su molti siti industriali il contenuto più prezioso è proprio quello meno leggibile.
L’azienda si descrive in modo intercambiabile. “Partner affidabile”, “soluzioni su misura”, “qualità e innovazione”. Sono frasi che potrebbero stare sul sito di un vostro concorrente senza cambiare una parola. Un modello che deve rispondere a “chi produce X per il settore Y” non ha niente da pescare, perché la vostra pagina non contiene X né Y.
Cosa guarda davvero un modello per decidere chi nominare
Non c’è una classifica e non c’è un pulsante. Ma i segnali che contano si riconoscono, e sono quattro.
Le entità nominate. Un’azienda esiste per un modello se è collegata a cose concrete: settori serviti, normative, certificazioni, clienti, applicazioni. Più il grafo attorno al vostro nome è denso e preciso, più siete recuperabili quando qualcuno chiede una di quelle cose. Un sito che nomina i comparti in cui lavora davvero vale più di uno che dice di servire ogni settore.
I dati strutturati. Sono le informazioni che dichiarate in un formato che le macchine leggono senza interpretare: cosa siete, cosa fate, di chi parlate, dove operate. Non sostituiscono il contenuto, ma tolgono ambiguità a quello che c’è. Su questo Artwork ha costruito strumenti proprietari, e ne parliamo nel dettaglio nella pagina sull’integrazione dell’intelligenza artificiale nei siti aziendali.
La coerenza tra le fonti. Se il sito dice una cosa, LinkedIn un’altra e le directory di settore una terza, il modello ha tre versioni della stessa azienda e nessuna che prevalga. Nome, descrizione, settori e recapiti devono coincidere ovunque. È un lavoro noioso e vale più di molte ottimizzazioni tecniche.
Le menzioni esterne. Un’azienda citata solo dal proprio sito è un’affermazione. Un’azienda citata da fornitori, clienti, associazioni di categoria e stampa tecnica è un fatto. Nel B2B industriale questo è più semplice che altrove, perché il tessuto di relazioni esiste già: spesso è solo questione di renderlo visibile online.
Provate adesso, ci vogliono cinque minuti
È la parte che consigliamo sempre prima di qualsiasi intervento, e non richiede strumenti. Aprite ChatGPT, Perplexity o Gemini e fate la domanda che farebbe un vostro cliente. Non “chi è [nome azienda]”, che è troppo facile. Fate la domanda vera: chi produce [componente] per [settore] in Italia?
Poi guardate tre cose.
Vi nominano? Se sì, avete già una posizione da difendere. Se no, sapete da dove partire.
Come vi descrivono? Questa è la risposta più utile di tutte. Capita spesso che un’azienda industriale venga descritta come qualcosa che non è più da anni, o con un’etichetta troppo generica che la mette nel calderone sbagliato. È un’informazione che nessun report SEO vi darà mai.
Chi nominano al vostro posto? Guardate i loro siti. Non è detto che siano più bravi di voi: quasi sempre sono semplicemente più leggibili.
Rifate la stessa domanda in inglese, se esportate. Le risposte cambiano, e per molte aziende italiane cambiano parecchio.
Il GEO non sostituisce la SEO, la estende
Da qualche mese si legge ovunque che il GEO è il nuovo SEO, come se fosse arrivato qualcosa a rimpiazzare il lavoro fatto finora. La formula è comoda ma dice una cosa imprecisa, e in azienda genera la decisione sbagliata.
La generative engine optimization non è una disciplina separata con altre regole. È lo stesso lavoro portato più in profondità: contenuti che rispondono a domande reali, struttura che chiarisce di cosa parla ogni pagina, dati che tolgono ambiguità, coerenza tra quello che dite di voi in tutti i posti in cui lo dite. Un sito ottimizzato bene per la ricerca generativa si posiziona meglio anche su Google, perché i due sistemi premiano la stessa cosa: chiarezza verificabile.
Spiego meglio. Nessuno deve rifare il sito perché è arrivata l’AI. Chi lo aveva costruito bene si trova avanti, chi lo aveva costruito come una brochure si trova indietro, esattamente come succedeva prima. È cambiata la severità del giudizio, non il criterio.